FAMIGLIE E DESIDERIO La genitorialità decostruita

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MATERNITÀ COSTRUITE

Come tutte le relazioni di parentela, la genitorialità e la maternitàsono costruzioni culturali. Per dimostrare questo assunto basti pensare a come si sono evolute le relazioni famigliari dall’inizio del ‘900 ad oggi. Senza andare lontano, in qualche album di fotografie di famiglia, possiamo osservare come i/le nostr* nonn*, bambin* all’inizio del secolo scorso, erano – per esempio – dedit* al lavoro a partire da tenerissima età. Parallelamente a questa – ormai antica e non rispettosa dei diritti de* fanciulli – concezione di infanzia, si può considerare come fosse ridottissima o assente la parentesi della cosiddetta adolescenza o di quanto ci appaia oggi pericolosamente precoce l’età media riproduttiva di un secolo fa. Questi pochi elementi danno facilmente l’idea di come con l’evoluzione socio-economica della nostra nazione siano evolute e cambiate, talvolta radicalmente, le pratiche e i legami famigliari, sia nelle tempistiche, sia nel loro aspetto quantitativo/numerico e insieme anche i giudizi del pensiero comune, ovvero della cultura dominante, rispetto a questi aspetti dell’essere figli, genitori e madri. 

Nonostante i cambiamenti storici e politici legati anche al pensiero femminista e nonostante modelli di famiglia e genitorialità plurali si stiano affacciando nel discorso pubblico e nel vivere quotidiano della nostra nazione, ogni epoca ha i suoi schemi egemoni e anche nel presente ci dobbiamo confrontare con gli stereotipi sulla maternità:

“Le attuali dinamiche sociali ed economiche ci rendono lavoratrici precarie e madri con l’ansia da prestazione perenne. Occorre tenere insieme tutto e farlo bene, pensare costantemente al benessere fisico e psicologico dei/lle figli/e ed ovviamente di sé, perché se non siamo perfettamente felici, se una volta ci scappa un urlo o una lacrimuccia, siamo madri che non ce la stanno facendo. […] Il paradigma di oggi non è né la madre tradizionale né quella femminista, ma quella performativa.”

DWF 2020

Lea Melandri suggerisce di riportare la questione delle maternità alla piu’ ampia dimensione politica del ruolo femminile nel lavoro di cura per “far emergere come questione sociale, come responsabilità collettiva, ciò che appare come responsabilità esclusiva delle donne” (Picchio in Melandri 2015). L’autrice ci parla di vite postmoderne in cui incertezza e precarietà investono anche la sfera genitoriale, instillando dubbi sulla compatibilità dell’essere madri in un’epoca che parrebbe – in alcuni contesti – aver sdoganato il diritto delle donne ad assumere ruoli altri da quello di procreatrici destinate a sacrificarsi per una discendenza dalla quale dipenderebbe la propria realizzazione. Sorgono dunque non pochi dubbi sulle condizioni necessarie per affrontare la genitorialità all’epoca del postumano: come appropriarsi delle proprie scelte riproduttive senza sentirsi prede di un giudizio non richiesto? Come conciliare il divenire genitore con tutti quegli interessi messi in secondo piano da secoli di maternità socialmente costruita come totalizzante?

Man mano che la suddivisione di ruoli assegnati al femminile e al maschile viene messa in discussione, la presa in carico della cura in quanto a tempi, energie e coinvolgimento emotivo trascende la dimensione della coppia per farsi problema sociale, culturale e politico. L’eterno dibattito sull’assunzione di maggiori responsabilità da parte dei padri, oltre a rivelarsi eteronormato, non è più sufficiente. Le lotte degli anni ‘70 per gli asili nido già spostavano il livello delle responsabilità sul piano collettivo, senza però rivisitare del tutto l’idea di famiglia nucleare come luogo privilegiato di cura, educazione e responsabilità nei confronti dell’infanzia.

Palomar Verea sostiene che la mancanza di politiche pubbliche realmente efficienti in materia di salute e diritti riproduttivi, così come in ambito lavorativo e di supporto istituzionale per una salutare presa in carico della riproduzione sociale sia dovuta alla difficoltà di considerare la maternità come una questione di genere e quindi basata su di una distribuzione diseguale e discriminatoria di poteri, responsabilità e privilegi.

“I dibattiti più accesi e diffusi all’interno della cosiddetta “terza ondata” del femminismo, a partire da una lettura piuttosto riduttiva e forse un po’ ideologica del motto di Donna Haraway che invita a generare parentele e non bambini, hanno indebolito i desideri di molte e reso mute le loro effettive esperienze di maternità, come se si trattasse di peccatucci da farsi perdonare dimostrando di essere comunque, nonostante una scelta “poco femminista”, le stesse: sempre presenti alle riunioni, sempre pronte a lottare, sempre lucide, sempre performanti.”

DWF 2020

Abbiamo già abbordato il tema delle famiglie esponendo forme di convivenza che si spingono al di là del classico binomio monogamico tipico della società patriarcale, con o senza figli* al seguito. Per studiare esempi di genitorialità non conformi al modello dominante non è imprescindibile andare a scomodare etnografie esotiche, basterebbe parlare di adozione, affido, GPA (gestazione per altri), fecondazione assistita, monogenitorialità o anche semplicemente di divorzio. Anche capovolgendo la lente per rivolgerla alla nostra stessa cultura possiamo constatare genitorialità multiformi che contribuiscono a desacralizzare l’altare eretto in nome di un’inequivocabile quanto arbitraria maternità innata.

DIRITTI NEGATI E DOVERI IMPOSTI: OMOGENITORIALITÀ, TRANSGENITORIALITÀ E SCELTE CHILDFREE

L’esperienza delle famiglie omogenitoriali e la transgenitorialità sono, ad oggi, argomenti molto controversi: non raramente, si tratta di esperienze ancora osteggiate dalla società, considerate dannose per lo sviluppo de* bambin*. 

A questo tipo di persone e coppie sono spesso negati i diritti riproduttivi sulla base del pregiudizio che vorrebbe validare solo le famiglie così dette “naturali” come contesti sicuri e accudenti per la prole. 

In Italia, ad esempio, l’adozione, così come la fecondazione assistita (anche eterologa), sono riservate a coppie (quindi escluse le persone single e chi non si riconosce in relazioni prettamente di coppia) eterosessuali, mentre assolutamente vietata è la GPA (gestazione per altri): questo impianto legislativo di strette vedute di fatto impedisce a molte persone di diventare genitori. 

Recentemente il tema della genitorialità delle persone transgender sta acquisendo visibilità: da un lato molte soggettività affrontano la propria transizione già in presenza di figl*, dall’altra la comunità sta reclamando i propri diritti, in conflitto con la diffusa e pervasiva etero-cis-normatività, rivendicando uno spazio nel mondo della famiglia e della genitorialità. 

La stereotipizzazione estrema del ruolo materno, legato a doppio filo alla gestazione e al parto e al modello di femminilitàpredominante, rendono per molte persone trans e non binary l’esperienza riproduttiva estremamente difficile anche nei casi in cui non ci sia una necessità – per così dire biologica –  di procedure di fecondazione artificiale o assistita o altre forme di procreazione alternative. 

Questi aspetti – socialmente costruiti – dei ruoli genitoriali, sempre ben distinti in base al genere in modalità binaria, possono aggravare la sensazione di stigma percepito, possono acuire in alcuni casi la disforia e fanno sì che, in un modo o nell’altro, anche laddove ci sia la possibilità fisica di una gestazione e un parto, questo processo diventi una corsa ad ostacoli costellata di discriminazione, emarginazione, traumi e dolore. Proviamo ad immaginare cosa succederebbe, in una qualsiasi struttura sanitaria tra quelle frequentate durante una gravidanza (pubblica o privata – e non dimentichiamo che molte cliniche private in Italia sono oltretutto di stampo religioso cattolico!) all’arrivo di un uomo trans o non binary in stato interessante.

Riguardo lo sviluppo e la crescita della prole, sono usciti recentemente alcuni studi e ricerche che hanno provato ad esplorare la qualità relazionale tra genitori trans/non binary e i/le loro figl*, per dare risposta ai dubbi (molto spesso proposti come certezze) riguardo la transgenitorialità

Per prima cosa, le ricerche sottolineano come quanto più giovani sono i/le figl* tanto maggiormente sono inclini ad accettare ed accogliere la transessualità del genitore come dato di fatto, senza turbamento. Questo accade perchè il sessismo e la transfobia non sono sentimenti o pensieri innati, bensì dinamiche di potere apprese durante la vita, esattamente come già dimostrato per quanto riguarda il razzismo e altre forme di discriminazione. Ovvero: l’identità di genere e la sua espressione, l’orientamento sessuale, le caratteristiche fisiche di un genitore presente e attento, non sono ritenute importanti da* bambin* in quanto, di per sé, non vanno a incidere sulla relazione di cura e accudimento. Crescendo, poi, ogni individuo viene inserito nelle dinamiche sociali e si scontra quindi con tutta una mole di pregiudizi che l* riguardano e riguardano la sua famiglia, ed è a questo punto che possono nascere delle conflittualità con la figura genitoriale. Basta un briciolo di onestà intellettuale per interpretare gran parte di queste problematiche intrafamiliari come indotte dalla società esterna, da leggersi in una logica di minority stress sperimentato da queste famiglie. 

Nel contesto della comunità LGBTQ+ l’esperienza del minority stress può riguardare fenomeni diversi, complessi e intrecciati tra loro: l’omobitransfobia interiorizzata può influenzare molto anche bambin* e ragazz*; la percezione dello stigma tenderà a crescere man mano che si attraverseranno spazi sociali non organizzati per essere adeguatamente inclusivi; le violenze verbali, psicologiche e fisiche, il bullismo e la discriminazione (anche nelle sue forme istituzionali) sono traumi reiterati e ripetuti e suscitano forte tensione, preoccupazione per la propria incolumità, vergogna e paura. 

“Penso che la sfida di essere un genitore trans sia soprattutto affrontare gli altri genitori cisgender, specialmente nell’ambiente scolastico e negli spazi di gioco, la gente non ti capisce o percepisce che c’è qualcosa fuori dall’ordinario. Devi essere preparato al modo in cui le persone reagiranno alla tua presenza.

[…] Ho moltissime paure associate ad Evelyn. C’è la paura di come la tratteranno le persone: sta crescendo, andando a scuola, gli altri bambini, il pensiero che possa essere molestata o presa in giro. E la paura che questo possa spingerla ad allontanarsi da me. E c’è la paura che, non stando più con sua madre e sapendo che sua madre naturalmente frequenta altri uomini e ha altre relazioni.. e io somiglierò a suo padre sempre di meno e qualcun altro potrebbe prendere quel posto.”

Laura Jane Grace 2014

Le famiglie appartenenti a questa minoranza non sono esenti da conflitti, sia ben inteso, e soprattutto nei casi di transizione caratterizzati dalla presenza pregressa di figl* avuti in relazioni eterosessuali, il passaggio può essere complesso e le forze in campo – all’interno e all’esterno del contesto prettamente famigliare –  sono variabili fondamentali per il benessere di tutt* coloro che le compongono. Tuttavia ci viene spontaneo domandarci se il pregiudizio nei confronti di questo tipo di famiglia, che viene incentrato sul “diritto del bambino” ad avere due genitori cis-etero e sul corretto (ovvero, di nuovo, cis-etero) sviluppo de* figl*, non sia in realtà funzionale alla nostra società, che criminalizzando una o molte minoranze, si assolve da un’analisi di coscienza su sé stessa. 

Ammettere che la cultura cis-etero patriarcale – radicatissima in Italia come in molta parte del mondo – costituisca uno spazio pubblico insalubre, insicuro, conflittuale e pericoloso per lo sviluppo e la crescita de* bambin* (figure in qualche modo sacralizzate e spesso strumentalizzate dalle forze politiche), e agire di conseguenza per migliorare il contesto in senso inclusivo e rispettoso della pluralità, è – molto evidentemente! – un’operazione che non rientra nell’agenda politica del paese. 

A risentire dei modelli, rigidi e cis-etero-normati, che riguardano la genitorialità e, in particolar modo, la maternità, non sono solamente le soggettività LGBTQ+. Come minoranze, anche le coppie sterili, le famiglie monoparentali, quelle poliamorose e/o poligamiche, tutte le configurazioni famigliari diverse dalla norma (rom, migranti, famiglie allargate..) e in generale la componente femminile (socializzata come donna), sono penalizzate da una cultura che ha una scaletta pre-definita per le loro vite: a che età, in che tipo di relazione, con quali disponibilità materiali ed economiche si diventa genitori e si fa famiglia “come si deve”, è già scritto. E in particolare, in un’epoca di denatalità, è sicuramente previsto che, a un certo punto della vita non troppo negoziabile, lo si faccia. 

“Ho sempre creduto che avere bambini fosse un’ESTENSIONE dell’essere donna, non la sua definizione. Credo che il valore di una donna non dovrebbe essere determinato dal fatto di avere o no un figlio, perché questo la spoglia di tutta la sua identità. Le donne hanno questa incredibile capacità di creare la vita, ma quando diciamo che questo è il suo scopo stiamo dicendo che la sua vita ha significato solo in base a questo.”

Reighter 

La retorica dell’istinto materno (che in qualche misura coinvolge anche la maschilità sia chiaro, ma molto meno) è uno strumento coercitivo che ci vorrebbe tutt* genitori a 30 anni: soprattutto dalle donne, ci si aspetta che sorga un desiderio di riprodursi e una disponibilità al ruolo materno così come concepito e standardizzato all’italiana. Chi non può avere figl* (childless) quindi è considerat* un corpo guasto, da medicalizzare ove possibile o da compatire come caso clinico irrisolvibile. Chi non vuole avere figl* (childfree) è invalidat*: a una certa età, la donna senza prole diventa magicamente una “zitella acida”, una figura problematica, una persona egoista e “contro natura”. Anche chi per un motivo o per l’altro si ritrova a diventare madre in età più avanzata è tendenzialmente guardata con sospetto. Il cardine di tutte le retoriche sull’istinto materno è appunto la sua supposta naturalità: in quanto istinto, sarebbe una cosa scontata, dovuta, che fa parte della “natura femminile”. Se la volontà personale o una disfunzione fisica qualunque impediscono la realizzazione di questo disegno non si è più considerat* nella sfera della normalità

Il movimento Childfree, nato negli USA e poi approdato anche in Italia, è composto da soggettività che rivendicano il diritto alla non-genitorialità come scelta consapevole, legittima ed accettabile. Alcun*, una minoranza, hanno deciso di procedere con la sterilizzazione chirurgica volontaria, anche per vivere la sessualità con maggiore serenità e per non dover ricorrere a contraccettivi ormonali, d’emergenza e IVG. Le persone childfreepuntano a liberarsi dagli stereotipi e a costruire un contesto sociale in cui non venga più chiesto loro “perché non vuoi diventare genitore?”, e non debbano subire pressioni in merito alla propria scelta riproduttiva. 

MADRI MIGRANTI, VALUTAZIONI DELLA GENITORIALITÀ E FAMIGLIE TRANSNAZIONALI

I modelli costruiti, naturalizzati e sacralizzati di genitorialità e maternità sono ulteriormente normativi quando si tratta di persone di origine straniera in Italia. Chi appartiene ad una minoranza etnica e/o culturale nel nostro paese, spesso ha anche degli approcci differenti alla cura de* figl*; è anche da considerare che le condizioni socio-economiche delle persone non autoctone in Italia sono solitamente molto precarie e i percorsi migratori segnati da difficoltà, sfruttamento e violenze, esperienze che non possono non incidere sul ménage famigliare.

Recentemente la CEDU (Corte Europea per i Diritti Umani) ha richiamato il nostro paese a fronte del ricorso presentato da una donna di origini nigeriane, vittima di tratta, a cui in Italia era stata tolta la potestà genitoriale sulle due figlie minori e le era stato fatto divieto di mantenere contatti con la prole ancor prima della chiusura del procedimento di affidabilità. Le bambine sono state successivamente date in affido a due distinte famiglie italiane. Rappresentando una violazione del diritto famigliare in più punti (la rottura dell’unità famigliare sia con la madre che tra le due minori), questa vicenda  – coraggiosamente portata di fronte alla Corte da questa giovane migrante – ha fatto emergere un fenomeno che risulta purtroppo non essere un caso isolato, bensì una prassi che in Italia ha coinvolto decine di famiglie.

Purtroppo la maggior parte di queste situazioni riguarda appunto persone vittime di tratta, e quand’anche non fosse così, riguardano donne i cui percorsi di migrazione sono stati costellati da abusi di ogni genere. Il dispositivo delle frontiere nuoce e mette in pericolo tutt* e in particolare le soggettività femminili per cui non di rado il viaggio è un momento estremamente traumatico. Le condizioni di vulnerabilità delle madri in questi frangenti non sono tenute in considerazione dai Tribunali per i Minori e dai Servizi Sociali territoriali, che in talvolta procedono all’allontanamento de* figl* sulla base di diagnosi superficiali, valutazioni della genitorialità su basi etnocentriche. In alcuni casi, sono stati utilizzati come argomenti a sostegno di accuse di incompetenza genitoriale comportamenti assolutamente comuni nelle culture di provenienza, come ad esempio mangiare con le mani, alzare la voce con i figli piccoli o utilizzare ossa di pollame come “ciuccio”: pratiche che possono apparire agli occhi di un* funzionari* come trascuratezza e mancato accudimento, laddove – drammaticamente – mancano invece strumenti e figure professionali di mediazione culturale ed etnoclinica. 

Se la genitorialità delle persone straniere non coincide perfettamente con le aspettative della maternità all’italiana – cosa molto facile in quanto non cresciute con gli stessi modelli a cui ora, da immigrat*, devono uniformarsi – il rischio ormai anche risaputo è quello di vedersi sottratta la progenie dallo Stato, che ritiene meglio preparate le famiglie adottanti italiane. Questo non solo danneggia queste madri, sottoposte ad un’ennesima violenza – questa volta istituzionalizzata da parte di chi, magari, si proponeva come fonte di appoggio e di sostegno – ma anche i/le bambin*. 

Per quanto si tenda a prestare attenzioni, anche se spesso inadeguate, a* figl* delle donne migranti presenti sul territorio, difficilmente si pensa alla tutela dei legami famigliari transnazionalidelle soggettività migranti che hanno lasciato – per motivi spesso legati alla pericolosità del viaggio e alle difficoltà della vita delle donne nel contesto di migrazione – figl* in patria. Questi rapportia distanza sono complessi e spesso ostacolati dallo sfruttamento, la precarietà e la ricattabilità a cui le donne migranti, particolarmente nel settore della cura alla persona e del lavoro domestico, sono in gran parte sottoposte. 

I ricongiungimenti famigliari per figl* sono regolamentati dalla legge italiana in modo molto restrittivo: il genitore in Italia (ovviamente in posizione di regolarità) deve disporre di reddito e soluzioni abitative (esagerate anche per i nuclei famigliari autoctoni), in un contesto in cui per una persona migrante avere un lavoro contrattualizzato e trovare un immobile in affitto sono delle imprese spesso impossibili. Le donne straniere che svolgono la professione di caregiver, inoltre, sono spesso conviventi con i propri assistiti e questa condizione rende impraticabile il ricongiungimento. Nel caso delle famiglie transnazionali con radici nell’est europeo, che sono numerosissime nel nostro paese, questo fattore – la mancata tutela della genitorialità e della relazione parentale – va a sommarsi a tutta una serie di problematiche che insieme configurano l’insorgenza di una specifica  “sindrome italia”, di cui si parla già da tempo nell’ambito della clinica e degli studi sociali.

Un approccio coloniale alla valutazione della genitorialità è osservabile anche lontano dai nostri confini nei confronti di famiglie indigene. Le comunità Kaiowá brasiliane subiscono costanti sottrazioni di figl* perché considerate incapaci di provvedere al loro sostentamento. A compromettere le capacità genitoriali delle madri indigene delle terre recuperate di Ñu Vera sono le precarie condizioni abitative e la scarsità di risorse alimentari ed economiche, principalmente dovute all’insufficienza di terreno coltivabile, saccheggiato con la scusante del ridimensionamento proprio da quelle stesse autorità che si fanno paladine dei diritti de* minori.

“Per far sopravvivere la loro cultura hanno bisogno di mantenere la connessione con la loro terra ancestrale. Ma quella terra non riesce più a dargli di che vivere, esponendoli ad accuse di trascuratezza e abbandono da parte delle agenzie di un governo che preferirebbe che gli indigeni venissero semplicemente assorbiti nel resto della popolazione.”

Langlois 2020

L’identità delle famiglie Kaiowá e Guarani è indissolubilmente legata al territorio originario, la tekoha (il “luogo in cui siamo quello che siamo”). Relegate nelle riserve, luoghi pensati per “per trasformare le popolazioni indigene in popolazioni non indigene” (Benites in Langlois 2020) le famiglie originarie subiscono una forma di privazione culturale oltre che economica. In queste aree del Brasile la genitorialità diventa oggetto di ricatto e di controllo da parte di istituzioni che prelevano figli* proprio da quei territori che costituiscono elementi di contesa e rivendicazione dei diritti: il 70% de* minori in custodia proviene da famiglie indigene, nonostante quest’ultime rappresentino meno del 10% della popolazione della città di Dourados. Laddove la terra rimasta è insufficiente, le famiglie dipendevano dalla cesta básicacontenente generi alimentari di base, che però dallo scorso anno ha accusato il taglio degli aiuti alle popolazioni indigene che non vivono sui territori ufficialmente riconosciuti. Ciò rappresenta per i tribunali un ulteriore motivo per allontanare l* figli*. Come se non bastasse, le case nella riserva in cui vengono ancora erogati gli sussidi non sono più disponibili.

Per questi popoli le lotte per la terra diventano dunque lotte per rivendicare anche la propria genitorialità. La maggior parte de* bambin* pres* in custodia vengono infatti dalla riserva di Dourados, istituita per ospitare le famiglie che il governo ha forzatamente allontanato dai propri territori: quelle che hanno tentato di reclamare la propria terra.

Molti allontanamenti portano l’etichetta della negligenza che viene attribuita a madri costrette ad allontanarsi da casa per lavoro e a lasciare la prole alle cure di altri membri della famiglia. Una gestione condivisa e allargata della genitorialità non è contemplata, anche qui la responsabilità genitoriale è imputata primariamente e quasi esclusivamente alla figura materna, soggetto catalizzatore del lavoro di cura. Sarebbe interessante indagare come e quando venga applicato il criterio di negligenza a madri lavoratrici provenienti dal contesto urbano che dispongono di risorse economiche diverse.

MATERNITÀ SOVVERSIVE

“Sì, Maria, ma cosa sono le maternità sovversive? Tutte, lo sono tutte, tutte quelle che esistono, perché mi devi spiegare qual è la maternità che si adatta alla definizione egemonica… […] le persone che appaiono nel libro non sono persone strane, sono semplicemente maternità più invisibilizzate.

Con maternità sovversive le persone che appaiono nel libro non sono persone strane, sono semplicemente maternità più invisibilizzate perché non sono al centro dell’attenzione. È quel che accade con l’intersezionalità, non è visibilizzata, è nascosta, occultata, ma in realtà è del tutto normale”.

Llopis 2017

Maria Llopis dedica la sua opera Maternità sovversive a tutte quelle persone che non hanno potuto scegliere come manifestare la propria maternità, che non hanno deciso se, come e quando diventare genitori. Le voci che si esprimono attraverso le sue pagine raccontano esperienze che mettono radicalmente in discussione la costruzione sociale di un modello univoco di maternità ideale, applicabile indistintamente alla pluralità esistente delle scelte genitoriali. Superando la retorica dei diritti che, come abbiamo visto, tende spesso ad appiattire il dibattito riducendolo ad una messa a confronto (se non a un vero e proprio scontro) tra la tutela dell’infanzia, il ruolo delle istituzioni e l’autodeterminazione dei genitori, Maria Llopis porta il tema delle maternità sul piano del desiderio. Dalle maternità trans a parti tradizionali o estatici, dalla sessualità alla genitorialità condivisa (coparenting) e al matriarcattivismo: sono solo alcuni esempi della sfida lanciata all’ordine costituito .

Sovversive se prese in considerazione a partire dagli schemi del sistema normativo patriarcale, a queste forme genitoriali viene restituita la dignità di esistere e affermarsi in tutta normalità. Si tratta però di una normalizzazione che non semplifica né riduce al prevedibile, ma apre allo spettro delle pluralità offerte da una concezione di cura dell’infanzia come responsabilità condivisa al di là della sfera familiare, in carico all’intera società. Queste maternità concepiscono l’essere genitori non come un obbligo e neppure un privilegio, ma come una scelta possibile, da intraprendere consapevolmente con il supporto della comunità di appartenenza e non solo nella solitudine del parto medicalizzato e della famiglia nucleare. A controbilanciare la percezione del peso sistematicamente attribuito alla totalizzante responsabilità parentale interviene il desiderio che Llopis ci invita a riscoprire per godere della genitorialità, non idealizzandola in maniera superficiale, ma facendone criterio di comprensione delle scelte altrui. In tal senso le scelte parentali diventano frutto di decisioni libere e consapevoli, anche e soprattutto quando si discostano da ciò che siamo stat* abituat* a considerare accettabile.

“Ampliare la nostra visione… ci sono molti modi di vivere la maternità e l’importante è che ognuna la viva come sente di volerlo fare e che si rispetti. Se vuoi dare la tetta perfetto e se non vuoi… perfetto. Ma che tu lo faccia perché non ti va di darla, non perché il pediatra ti sta dicendo chissà cosa o la vicina del 5° piano ti dice che il tuo latte non nutre e il bambino ti sta morendo di fame. […] Che ogni persona viva la maternità come sente che vuole e può farlo… si tratta di opzioni e che vengano rispettate. […] Pensare alla maternità come un qualcosa che ci riguarda tutte in quanto società e non semplicemente che mi riguarda perché ho o desidero un figlio. Come società il benessere dell’infanzia dovrebbe essere un obiettivo della società nel suo insieme, al di là del fatto che una persona desideri o meno avere un figlio biologico… mi sembra del tutto irrilevante.”

Llopis 2017

Concepire la genitorialità come fenomeno sociale e politico che compete alla collettività non significa promuovere forme di coparenting per ogni famiglia, implica piuttosto ampliare lo spettro delle possibilità di scelta al di là della ristretta dimensione nucleare all’interno della quale la figura materna continua ancora oggi ad occupare un ruolo preponderante quanto misconosciuto, in primis economicamente.

Silvia Federici s’interroga sui motivi che hanno portato il capitalismo a farsi scappare la monetarizzazione e la messa a profitto di tutto il lavoro produttivo e di cura svolto principalmente dalle donne e, alle nostre latitudini, ancor più da donne di origine straniera. Il “salario al lavoro domestico” rappresenta in quest’ottica non solo una semplice rivendicazione, ma un terreno di lotta che s’inserisce nella dimensione più ampia di messa in discussione del rapporti di potere e di produzione tra la classe operaia e il capitale. Non si tratta quindi di limitarsi a delegare al salario il riconoscimento del lavoro di cura, in quanto significherebbe ridurlo a valore monetario, ma di prendere in considerazione il “rifiuto di accettare che il lavoro, lo sfruttamento e il potere di distruggerlo esistano solo in presenza di un salario” (Federici 2020: p. 18).

“C’è un mancato riconoscimento del lavoro della maternità, a tutti i livelli: economico, ma anche di quel che è, di quel che implica. E tutto quel che ora ci appare una barbarità (sentirci dire con chi dobbiamo vivere, con chi dobbiamo sposarci, quando dobbiamo scopare)… tutto questo non funziona più così, in teoria oggi siamo libere di decidere come donne dove vivere, con chi scopare, che lavoro faccio… in teoria siamo libere di decidere, ma sulla maternità non così tanto, per me è un traguardo ancora da raggiungere.”

Llopis 2017

Capitalismo e patriarcato s’incontrano nel momento in cui il lavoro produttivo diviene imperativo morale per il genere femminile. Le genitorialità non conformi sono espressione di resistenza e fonte di alternativa alle strutture socio-economiche dominanti. Riappropriarsi della maternità a partire dal desiderio è un atto rivoluzionario, è volontà di liberare la genitorialità dai rapporti di potere che l’attraversano per farne terreno fertile di emancipazione.


BIBLIOGRAFIA

BONIZZONI Paola. 2009. Famiglie globali. Le frontiere della maternità. De Agostini Scuola SpA, Novara.

LAYNE Linda L. 1999. Transformative Motherhood: On Giving and Getting in a Consumer Culture. New York University Press. Reviewed by Tatjana Takševa. Journal of The Motherhood Initiative. Vol. 2, Num. 2.

LLOPIS Maria. 2017. Maternità sovversive. Roma: Golene edizioni. 262 p.

PALOMAR VEREA Cristina. 2004. “Malas madres”: la construcción social de la maternidad

SITOGRAFIA

BEDEI C. 29 novembre 2018. Nella comunità childfree italiana, tra le donne che non vogliono figli.

BENOIT Torsegno M. 29 aprile 2021. La CEDU condanna l’italia per aver impedito i contatti tra la madre naturale e i figli minori in una procedura di affidamento preadottivo. Caso A.I. c Italia C. Italia. 

CANELLA A. 4 maggio 2021. Le adozioni a rischio di figli di donne migranti vittime di tratta.

GUERRA J. 17 giugno 2021. L’istinto materno non esiste. Non volere figli non è egoista. 

LLOPIS Maria. 2017. Maternidades subversivas. Jornadas feministas Viciador 34.

MELANDRI Lea. 20 giugno 2015. Vorrei un figlio. Ma con chi lo faccio? Internazionale.

Reighter Christien. “La mia scelta di non avere figli”. TEDxMileHighWomen

Susan Imrie, Sophie Zadeh, Kevan Wylie &Susan Golombok (2020) Children with Trans Parents: Parent-child Relationship Quality and psychological well-being. Parenting.

FILMOGRAFIA

Scott Moore, Jon Lucas. “Bad moms”. USA 2016.

Laura Jane Grace. True Trans ep.9 – “Transparenting”. USA 2014.

Immagine Maternità sovversive. Maria Llopis.


Dalla parola alla voce…

Anche di questo articolo parliamo a La Polvere della Battaglia su Radio Onda d’Urto nella nostra rubrica Fondi di Bottiglia: pensare decoloniale!

Terza puntata di Fondi di Bottiglia: pensare decoloniale.
Famiglie e desiderio. La genitorialità decostruita.

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